Itaca non c'è più

La stazione ferroviaria di una città padana, sera di una soffocante domenica estiva. Rari passeggeri scendono dal treno, in attesa della coincidenza. Nell’atrio, la biglietteria è già chiusa; sprangati, letteralmente, il bar, la tabaccheria.

Tra l’uscita e i giardini che danno sulla piazza, un grande baccano. Una folla di persone, tutti africani. Le donne, per atteggiamento e vestiario, sono manifestamente in attesa di iniziare un antico, triste mestiere. Tra gli uomini, prevalgono tipacci dall’aria patibolare. Non sono pochi, tuttavia, i giovani maschi con telefonino, cuffie e berrettino con la visiera all’indietro. Una delle viaggiatrici rientra frettolosamente sul marciapiede e mormora al suo accompagnatore: siamo in Africa.

Avevamo pensieri analoghi, sperando nell’annuncio liberatorio del treno per casa, ma il tono della signora, una tristezza composta, lontana dal rancore o dal moralismo, chissà perché, ci ha fatto riaffiorare una frase letta tanti anni prima: amo il mio paese perché è mio. Poche parole definitive, sottili, tutt’altro che retoriche. Non si parla di patria o di nazione, solo di paese, e l’amore per esso non riguarda glorie passate, missioni storiche o destini futuri. Si avverte più un’idea misurata di possesso, mio è quello che riconosco, sta sotto i miei piedi, le pietre, le voci, le credenze, i costumi, le facce che mi somigliano. Il mio paese è mio nel primo panorama visto da bambino, nella comunità che mi protegge, nelle parole che designano le cose pronunciate in una certa lingua, tra le case, i monti, i fiumi, che sono lì da sempre.

In quella stazione, oppressi dalla calura, colpiti dall’estraneità profonda dell’umanità che avevamo sotto gli occhi, abbiamo compreso di colpo perché, già da tempo, non riusciamo più ad amare il nostro paese. Ovvio, non è più nostro, perché nulla sopravvive che somigli a quello che era pochi decenni or sono. La grande bellezza italiana, del paesaggio naturale come di borghi e città ha ceduto il passo a periferie anonime e uguali.

Nessun principio condiviso ci rende comunità, Dio è morto, la famiglia è diventata arcobaleno o è allargata, eufemismi per non riconoscerne la fine. La patria fa ridere, il lavoro non c’è e quando c’è è precario, flessibile, a chiamata. Il nostro paese, ormai, è il trolley con le rotelle, bagaglio leggero per una vita zingara. No, zingaro non si può dire, meglio nomade, munito di smartphone, connessione veloce e carta di credito.

Ulisse, l’eroe archetipo della civiltà occidentale, astuto, indagatore del mondo, anelava un’isoletta fatta soprattutto di pietre, Itaca. Nel vasto mare che aveva imparato a conoscere, sapeva che quello scoglio era la meta in quanto patria, luogo dell’anima. Lì voleva tornare, certo per rivendicare i diritti di re, ma soprattutto per rivedere le persone amate. Il cane Argo, il vecchio padre Laerte, il pastore Eumeo, la moglie Penelope, il figlio Telemaco erano “suoi” più del trono, e Ulisse era certo che Itaca fosse lì ad aspettarlo. Questa è la differenza: per alcuni, dotati di una sensibilità incomprensibile al tempo corrente, Itaca non c’è più. Amavamo il nostro paese perché era nostro. Per mille motivi, non lo è più.

Scacciata la malinconia, abbiamo preso una decisione: dichiararci ufficialmente stranieri. E’ solo la presa d’atto di una condizione esistente. Probabilmente il guaio è stato crescere, il paese che amavamo non sarà mai esistito. In fondo Itaca è piccola, sassosa, Penelope è invecchiata, l’isoletta la può amare solo chi non ha visto nulla del mondo. Con il trolley alla mano e Google Maps sullo schermo dello smartphone, torna il sorriso.

Non importerà più la tua terra sfregiata, la tua lingua messa da parte a favore di un indigeribile grugnito anglofono, non facciamo una piega se l’esame medico urgente è tra otto mesi, nostro figlio guadagna cinquecento euro, certi stranieri stuprano le donne ma il signor presidente si scomoda solo per raccomandare accoglienza.

Ma no, meglio così, sta parlando in nostro favore, siamo stranieri. Chissà, abbiamo ritrovato un’Itaca di ricambio. Che razzista quella signora indignata per la presenza di una folla africana, che stupidi coloro che deprecano l’indifferenza religiosa, il consumismo, la dissoluzione dei legami familiari e comunitari, l’opportunismo e il tornaconto sovrani. Siamo liberi, ci siamo liberati. Amo il paese dove posso fare ciò che mi pare, il resto sono chiacchiere da vecchi parrucconi. Incubo di una notte di mezza estate.


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

L’abominio del pensiero politicamente corretto

di Adriano Tilgher

Siamo all’assurdo ciò che è vero per la gente non lo è per gli sconfitti della storia e della politica. La sinistra attuale rifiutata in blocco dal popolo italiano utilizza in modo selvaggio ed antidemocratico i miracolati della loro gestione. Uno dei torti, ma non è l’unico, della gestione di centrodestra è di non aver fatto pulizia di tutti i quadri al servizio della parte e non della Patria. Il che forse sta a significare che tutto sommato erano compagni di merende ed è proprio questa la ragione profonda della vittoria massiccia delle forze antisistema.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Perché Sanremo è Sanremo

1971 nei Jukebox passa un brano originale, come solo i brani del post Beat sapevano esserlo: “La realtà non esiste”. L'autore un giovane cantautore milanese, alla ricerca di un proprio stile musicale, e di una più complessa ricerca spirituale, Claudio Rocchi. Rocchi nel 1969 entra come bassista negli Stormy Six, il gruppo viene notato da Alberto Salerno produttore per casa discografica Ariston, che produrrà il loro primo  Lp.: "Le idee di oggi per la musica di domani."

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.