La valenza sociale del lavoro

Per il liberismo il lavoro è soltanto un costo di produzione e, per le leggi di mercato, i costi vanno tagliati. In tale mostruosa concezione dei rapporti umani la fa da padrone il profitto economico individuale, senza tenere in alcuna considerazione il profitto sociale: ovvero tutta l’utilità che deriva per la comunità da un corretto rapporto sociale. Si deve restituire al lavoro tutta la sua valenza sociale perché nel lavoro c’è la dignità di un uomo, la crescita delle famiglie, lo sviluppo della comunità, l’affermazione della Nazione come momento storico, politico e culturale.

Quando si parla di correggere il rapporto tra politica ed economia, si vuole solo indicare che l’uomo non può essere valutato solo per quello che possiede in termini materiali; l’uomo deve essere considerato per le sue qualità etiche e comportamentali, per il suo modo di porsi rispetto agli altri, ma soprattutto per il suo senso di responsabilità verso la comunità.

Uscire dalla concezione liberista del lavoro per giungere ad una sua valutazione sociale, anche dal punto di vista strettamente economico, è il primo obiettivo dell’azione politica. E’ compito della politica ristabilire l’esatto rapporto tra la forza lavoro ed il capitale; davanti a chi detiene le risorse si può opporre solo la “resistenza” di chi detiene la forza del numero, e i politici, che dovrebbero essere espressione di chi li ha sostenuti, invece sono diventati espressione di lobbies economiche totalmente disancorati dai propri elettori; sancendo così la morte della politica ed il trionfo dell’economia.

Oggi il compito della politica è ancora più gravoso. Infatti, in una società liberista, dominata dall’economia, accanto alla difesa dai più “forti” la politica dovrebbe favorire anche la difesa della comunità nazionale da chi usa il lavoro schiavistico, sottopagato e senza garanzie. Il WTO, che è l’organizzazione per il commercio internazionale, ha messo sullo stesso piano con parità di diritti e doveri e quindi senza possibilità di difesa, sia nazioni, come l’Italia, con garanzie e tutele del lavoro avanzate, sia nazioni, come la Cina e la Corea, dove esistono forme di schiavismo e di sfruttamento inimmaginabili.

In Italia, avendo la politica abdicato al proprio ruolo e, di conseguenza essendo venuta meno proprio l’esistenza dello stato, la nostra economia è rimasta senza tutele e senza difese dall’aggressione dei grandi gruppi economico-finanziari, dalla concorrenza dei prodotti provenienti da nazioni a lavoro schiavistico o quasi e dall’invasione di una manodopera pronta ad essere sottopagata che viene agevolata, coccolata, finanziata ed addirittura adesso prelevata e portata in Italia a spese del nostro popolo.

Da questi pochi, ma molto chiari, concetti si torna inevitabilmente al tema di fondo: l’abdicazione della politica a favore dell’economia porta inevitabilmente alla distruzione della valenza sociale del lavoro e quindi tende all’eliminazione dello stesso in quanto costo o, nel migliore dei casi, alla drastica riduzione di stipendi e salari.

Questo ha come inevitabile conseguenza l’eliminazione dello stato sociale e la degenerazione della coscienza identitaria nazionale.

Inoltre l’ eliminazione dell’impresa di stato che era l’unica che, in una nazione con scarse risorse minerarie e ridotta estensione territoriale e demografica come l’Italia, poteva opporsi allo strapotere delle multinazionali ha fatto sì che la nazione più bella e più ricca di cultura del mondo diventasse preda e terra di conquista della finanza apolide, delle multinazionali e di un’immigrazione selvaggia e sconsiderata, tale da compromettere la sopravvivenza stessa del nostro popolo.

Per cui parlare di stato sociale, di lavoro, di futuro in una nazione in abbandono ed in decomposizione diventa assurdo se non si recupera lo spirito della comunità nazionale, se non ci liberiamo di tutti i corrotti, i venduti e  i “senza… vertebre”, se non ci rimbocchiamo le maniche e, con la stessa alacrità dei nostri predecessori, ci rimettiamo a lavorare.


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Editoriale

 

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