IVREA sotto spirito

“Ivrea Città Industriale del XX Secolo” è il 54° sito UNESCO italiano, rafforza il nostro primato nel mondo per numero di soggetti Patrimonio dell’Umanità. Un altro vanto? Macché! E’ il canto infame su un defunto della massoneria finanziaria. Lacrime del coccodrillo ch’ ha divorato l’Olivetti, l’utopia italiana dell’umanesimo industriale.

Era il 1960 quando Adriano Olivetti moriva improvvisamente all’età di 58 anni sul treno che lo portava nel Paese dei banchieri, la Svizzera, ad ottenere lo scioglimento dei cordoni per finanziare investimenti nel campo strategico dell’elettronica. Industriale illuminato di un capitalismo dal volto umano, sintesi di impresa ed umanesimo cristiano del lavoro, osteggiato in Patria per il suo modello aziendale d’avanguardia ( non era in Confindustria) dove le maestranze erano protagoniste del lavoro, oggi non sorriderebbe a questo riconoscimento alla “sua” idea di città industriale. Correre verso il passato era impossibile al suo genio d’imprenditore, Adriano era un Bolt nel gotha provinciale dell’imprenditoria tanto da cogliere la sfida dei primi vagiti della Silicon Valley californiana, forse a questa corsa si deve l’ombra sulla sua fine inaspettata.

La Olivetti era il loto dell’utopia ch’ era sbocciato, si poteva fare impresa, sostenere la produzione, l’espansione dei mercati, trarre profitti, ottimizzando le condizioni sociali dei lavoratori, non solo in fabbrica ma soprattutto fuori degli stabilimenti. L’operaio uomo contro l’operaio macchina del vetero capitalismo, là era il volano vincente nelle sfide industriali. Aveva creato nei decenni, dagli anni ’30 in poi, un esempio, pressoché unico al mondo,  una città industriale evoluta, coinvolgendo i migliori architetti ed ingegneri italiani ( rien a faire per il petulante Le Corbusier) a partire dai razionalisti Figini e Pollini fino a Bernasconi, Fiocchi, Marcello Nizzoli. Non solo stabilimenti, corpi per uffici ma residenze dignitose e riscattabili per operai e colletti bianchi, asili nido, biblioteca,verde pubblico, aree per lo sport, infrastrutture d’avanguardia oltre a salari di tutto rispetto.

Dalla mitica Lettera 22, le macchine da scrivere erano diventate elettriche in parallelo con le calcolatrici, poi il salto affascinante  nel mondo dell’informatica con la produzione dei primi computer Made in Italy, era  quello il magnifico duello contro il colosso a stelle e strisce, statene certi che al fin della licenza avrebbe toccato con un affondo. C’è voluta la crema avariata del liberismo nazionale per recitare il Salmo 129 De profundis  al capezzale  del miglior corpo dell’industria nazionale, fu messa concelebrata con Agnelli, Cuccia, Colannino, De Benedetti come ci ricorda Il Fatto Quotidiano.

Che oggi quel corpo ricco d’ energia non esista più da tempo è invece uno stilo nel cuore, nel cervello del sistema industriale di una Patria ai saldi dove il capitalismo mordi e fuggi ha delocalizzato imprese sfruttando mano d’opera a prezzi stracciati o ha deciso di cambiar nome, pelle e sede come la ex FIAT. Il capitalismo italico è un caimano in cerca continua di nuove prede per ingrassare banche e portafoglio, lasciando un bel niente, anzi solo i costi sociali da pagare. Di certo Adriano Olivetti non sarebbe orgoglioso di passeggiare nella sua “città radiosa” trasformata in museo,  riposta, come un feto, sotto spirito.

Il suo sogno era ben altro, lui ingegnere chimico sì ma uomo d’ immensa cultura e interessi sposati al vanto d’ essere italiano, avrebbe fatto resilienza alla globalizzazione, quella Katéchon di S. Paolo che Diego Fusaro auspica contro l’anticristo liberista della vita, la metamorfosi dell’uomo utile “merce” con data di scadenza.


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Editoriale

 

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