Il tramonto e l'aurora

Nel 2001 progettai e, tramite l’a. c. Novecento si rese fattibile, un incontro dal titolo Atmosfere in nero (con il medesimo titolo la mia prima raccolta di racconti) inerente agli scrittori francesi fra le due guerre – Céline Drieu la Rochelle Brasillach. Convegno tenutosi a Trieste, lungo le Rive, con polemiche aspre e piccine per aver invitato, a relazionare sull’argomento, studiosi d’Oltralpe fra cui Christian de la Mazière che era stato nella divisione delle WaffenSS Charlemagne. ‘Il diavolo cammina dietro di noi’, cantavano in armi sul fronte dell’Est; oggi solo le jene e sciacalletti magari armati di penna e tastiera... Ci dovevano essere anche Jean Mabire e Dominique Venner (lo scrittore di libri quali Baltikum e Il sole bianco dei vinti, suicidatosi per virile protesta contro la decadenza dell’Occidente all’interno di Notre Dame de Paris il 21 maggio 2013). Entrambi, dispiaciuti, dovettero reclinare l’invito. In compenso Jean Mabire mi inviò i tre volumi della narrazione di come s’era costituito il corpo dei volontari francesi che andarono a combattere il bolscevismo sotto le insegne delle SS e che furono fra gli ultimi difensori di Berlino (I leoni morti di Saint-Paulien ne aveva tratteggiato già l’epopea in modo coinvolgente e inimitabile).

Di questa trilogia, oggi, è uscito in Italia il primo volume, Brigade Frankreich, edito da Novantico, oltre quattrocento le pagine, numerose fotografie d’epoca, purtroppo al costo di 30,00 euro (capisco i costi di una piccola casa editrice, la cultura ‘militante’ però dovrebbe tener conto che i giovani, a cui ci si rivolge, già sono in massima parte lettori disattenti e preferiscono – purtroppo – una birra e una pizza...). Rodolfo me l’ha portato (insieme ad un saggio su Nicola Bombacci, di modesta fattura). Lo sto leggendo in questi giorni, ove il pomeriggio mi vede ingabbiato nella poltrona-letto. E mi ritrovo ad arrivare alla conclusione, quel Mourir à Berlin, in un aprile del ’45 di macerie fuoco sangue e con loro quella fine dell’Europa di cui scriveva e ci educava Adriano Romualdi, poco più grande di noi e tanto più avanti. Così tornano a mente le immagini, frammenti, di un fine settimana anno 1965 a cercare, oltre il muro, luoghi eventi figure di quella battaglia... crepuscolo degli dei o, simile al solstizio d’inverno, attesa della rinascita del sole? Grigio il cielo e grigio l’ordine di un comunismo stolto e misero per vocazione. Le luminarie del consumismo modello USA ad Ovest; donne dal volto triste e la sporta della spesa vuota ad Est. Il regalo dei vincitori (?); l’ombra dei vinti che furono dei valorosi.

A Tutti loro, a tutti noi valga il canto Ich hatt’ ein Kameraden (testo del poeta Ludwig Uhland nel 1809 e messo in musica da Friedrich Silcher nel 1825, in onore dei caduti nelle forze armate tedesche) – noi in piedi per non finire servili in ginocchio.


Editoriale

 

L'odio buono e l'odio cattivo

di Adriano Tilgher

Non si finisce mai di imparare nella vita. Dovevo superare i 70 anni per capire che l’odio e l’amore non sono una grande antitesi della vita, i motori della storia, l’essenza dell’armonia cosmica, qualcosa che è insito nella natura umana e le cui conseguenze, nell’interpretazione umana di entrambe, possono essere molto positive ma anche tanto negative.

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La Spina nel Fianco


 

Fiat voluntas loro

Torino 11 luglio 1899 a palazzo Lascaris appartenuto a Camillo Benso, conte di Cavour, oggi sede del Consiglio regionale del Piemonte, si riunirono una dozzina di aristocratici ed imprenditori Torinesi, scopo dell'incontro dotare l'Italia di una fabbrica di automobili prodotte industrialmente, come già avveniva nella fabbriche dell'Europa settentrionale. L'idea era venuta agli amici Emanuele Cacherano di Bricherasio e Cesare Goria Gatti che avevano precedentemente costituito e finanziato la "Accomandita Ceirano & C.". Nacque così la Fiat, acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino.

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