L'8 settembre dell'industria italiana

La scorsa settimana può essere considerata, dal punto di vista economico, l’”8 settembre” dell’industria italiana, perché gli eventi che sono avvenuti in questi giorni possono essere equiparati a quella data ormai segnata in modo funesto nel calendario storico nazionale dopo il 1943.

Cos’è dunque successo?

Il primo evento, in corso di preparazione da tempo, è stato quello che viene pudicamente descritto come “le nozze” tra la ex-FIAT, ora definita FCA, e la francese PSA-Peugeot.

In realtà, nozze non sono perché – secondo quanto puntualizza molto efficacemente Riccardo Ruggeri, già dirigente della FIAT, su “La Verità” – la Peugeot ha un valore di mercato di 20 miliardi di euro e la FCA ne ha solo 13,25. E che questa differenza di forza sia vera viene confermato dalla composizione del consiglio di amministrazione dove siedono cinque componenti ciascuno delle due aziende ma il presidente è quello espresso dall’impresa francese, Carlos Tavares:                                                                   tenendo anche presente il fatto che il governo francese controlla il 12% della Peugeot, si comprende il ruolo passivo e secondario che avrà la FCA. Per questo motivo, non stupisce il fatto che il quartier generale decisionale della nuova multinazionale sarà stabilito a Parigi mentre la sede fiscale rimarrà ad Amsterdam. Ma anche il progetto produttivo industriale è sbilanciato a favore dell’impresa francese perché in Italia permangono – non si sa ancora per quanti anni – solo “quattro stabilimenti di montaggio” che, peraltro, producono auto medio-piccole ormai in eccesso di produzione mentre anche l’auto alimentata a diesel (oggi prevalente nella produzione) tende ad essere progressivamente ridimensionata dal passaggio all’auto elettrica.

Di questa operazione se ne sono avvantaggiati gli azionisti di controllo della FCA, ossia soprattutto John Elkann insieme alla miriade dei discendenti di Agnelli presenti - tramite la loro società in accomandita per azioni, “Giovanni Agnelli” - nella holding che possiede la maggioranza delle azioni della FCA, la “Exor”. Ma è bene ricordare anche che Elkann non è cittadino italiano, essendo francese, figlio di quel Alain Elkann primo marito della figlia di Agnelli, Margherita.

L’altro evento è quello dell’ILVA, che è la seconda acciaieria d’Europa, ceduta forzosamente dalla famiglia Riva che la possedeva e dal governo che l’aveva commissariata alla multinazionale indiana “Arcelor-Mittal”. I nuovi proprietari hanno deciso di revocare la loro acquisizione (che in realtà non era ancora definitiva, perché l’azienda era stata prima affittata per essere poi formalmente acquisita dopo aver fatto lavori di ristrutturazione a fini ambientali e produttivi: una specie di “leasing”, insomma) perché non ha constatato certezza da eventuali iniziative giudiziarie per motivazioni ambientali, anche per colpe non riconducibili alla sua gestione, che potrebbero portare a pene detentive e sanzioni pecunarie, com’era avvenuto per i precedenti proprietari Riva.

Il governo aveva in un primo tempo approvato una specie di “tutela legale” contro quel possibile evento giudiziario, ma poi – su pressione di “5 Stelle” – l’aveva revocato per tutelare “l’aria” di Taranto: città che, secondo qualcuno di loro, dovrebbe dedicarsi piuttosto allo sviluppo del turismo e della pesca…

Già le altre acciaierie italiane sono in mano straniera, da quella storica di Terni in proprietà tedesca a quella di Piombino acquisita da un’altra impresa indiana, la “Jindal”: e, se per ipotesi chiudesse l’acciaieria dell’ILVA, oltre a provocare disoccupazione diretta e indiretta, l’economia italiana ne avrebbe un grave danno perché si dovrebbe acquistare all’estero l’acciaio che le manca, tuttora indispensabile per tutto il comparto industriale soprattutto delle macchine utensili di cui l’Italia è grande esportatore, con maggiorazione dei costi.

Da quanto sopra esposto si ricava la netta sensazione che ormai l’Italia è giunta al capolinea della sua potenza come Paese industrializzato, tanto che alcuni commentatori temono il suo allontanamento dal “Gruppo dei Sette” Paesi più industrializzati del mondo. Forse ci sostituirà l’India…

Il declino della potenza industriale italiana non è addebitabile però all’assenza di capacità imprenditoriale, di maestranze qualificate, di progetti innovative. Essa ha una data ben precisa, simile – volendo fare un paragone storico analogo – al “25 luglio”, quando nel 1992 fu avviata, sulla nave inglese “Britannia”, la privatizzazione dell’ingente e strategico patrimonio nazionale costituito dalle Partecipazioni Statali, dall’IRI, dall’EFIM e da tante altre attività: privatizzazione che peraltro era stata avviata da un altro esecutore dell’alienazione – a prezzi di favore - del patrimonio industriale italiano: trattasi di Romano Prodi, presidente dell’IRI dal 1982 al 1989 che decise proprio lui la cessione dell’ILVA alla famiglia Riva.

E così, quella posizione di rilievo europeo e mondiale nell’industria che l’Italia si era lentamente e onerosamente costituita dal primo dopoguerra agli anni del “miracolo economico” degli anni sessanta, si sta rapidamente liquefacendo con chiusure d’imprese, trasferimento d’impianti all’estero, acquisizione da stranieri per ridimensionare produzione e strategie. Ciò grazie alla cecità e più spesso alla complicità delle classi dirigenti politiche ed economiche nazionali e anche – occorre dirlo – all’indifferenza delle istituzioni europee le quali non capiscono che indebolendo produttivamente uno degli Stati associati come l’Italia che ha un ruolo preminente a livello mondiale, s’indebolisce tutta l’Europa: se la Cina, la Turchia, l’India comprano o chiudono imprese italiane, certamente si perde anche una parte del prodotto interno europeo. Questa è la più forte e motivata critica che si può muovere alla Commissione Europea!


Editoriale

 

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